Lettera a Travaglio da Berlu

Non potendo appurarne l’autenticità, credo di fare cosa gradita mettendone a parte coloro che ancora dubitano delle nobili motivazioni ispiratrici della Sua azione politica nei suoi primi mesi di governo.

Caro Amico delle Libertà,
purtroppo i miei impegni di statista non mi consentono di incontrarLa di persona. Ma vorrei farLe giungere ugualmente tutta la mia vicinanza. So bene, per averlo appreso da Giuliano Ferrara e Nando Adornato, quanto sia duro uscire dal tunnel della propaganda comunista, giustizialista e giacobina. Ma confido che presto, dopo la lettura di questa mia, compirà anche Lei il Grande Passo verso la Libertà, lontano dalle guerre civili che hanno insanguinato l’ultimo decennio in Italia. E in nome di quella Questione Morale che è da sempre il mio programma di vita e di governo. 

Noto con piacere che Lei ricorda spesso i fiori all’occhiello dei miei primi 8 mesi di governo: rogatorie, falso in bilancio, immunità parlamentare, sanatoria per i capitali esportati illegalmente”. Anch’io, come voi, deploro “l’uso delle istituzioni per interesse privato”: pensi che i miei avversari pretenderebbero che io e i miei amici fossimo gli unici a non beneficiare di queste fondamentali riforme, approvate nell’interesse generale del Paese. E poi, si metta nei miei panni. Ho tre processi per falso in bilancio e due per corruzione in atti giudiziari: sfido chiunque, nelle mie condizioni, a occuparsi di sfida a duello e furto di bestiame. 

Mi consenta ora di riepilogare brevemente la filosofia che ci ha ispirati in questi primi otto mesi di governo delle libertà. Che poi è la stessa mi spinse a scendere in campo nell’indimenticabile 1994. 

Abbiamo esordito con la legge sulle donazioni e le successioni: i soliti pauperisti della sinistra si erano limitati ad esenzioni fiscali fino a 300 milioni: ma oggigiorno chi è così straccione da non avere più di 300 milioni da donare ai figli? E poi si metta nei miei panni: qualche mese fa, in campagna elettorale, ho scoperto di avere 1500 miliardi di fondi neri all’estero, nelle isole del canale e in altri posti che nemmeno sapevo esistessero. I miei collaboratori, come al solito, avevano fatto tutto a mia insaputa: volevano farmi una sorpresa per il mio compleanno. Ma ora che me l’hanno fatta, vorrei dividere quel modesto gruzzolo fra i miei figli, ai quali finora, con immensi sacrifici, ero riuscito a intestare soltanto una villa in Costa Smeralda per ciascuno. Voi direte: potevi farlo pagando le tasse. Ma così rinfocolerei le polemiche sul presunto conflitto d’interessi: qualcuno potrebbe trovare inelegante che io paghi tutte quelle tasse allo Stato proprio ora che lo Stato sono io.

Il naturale completamento di questa riforma è la legge sul rientro dei capitali all’estero. Conosco imprenditori che si sono fatti da sè in Aspromonte e in Barbagia, i quali, dopo una vita di onesto lavoro ospitando forestieri venuti dal Nord, non potevano spendere nemmeno una lira per paura che qualche ispettore sospettoso gliene chiedesse la provenienza. Adesso qualcuno dirà che facevano i sequestri di persona. Che paroloni. Noi preferiamo considerare queste attività nell’àmbito del ramo “bed and breakfast”. Ora consentiremo loro di portare all’onor del mondo le loro sudate ricchezze, contribuendo al rilancio dell’economia e del turismo di quelle lande desolate. Quando i pastori dell’Aspromonte e della Barbagia cominceranno a circolare a bordo di cortei di Limousine e a costruirsi ville con piscina e rubinetti in oro zecchino, il turismo e l’economia nazionale non potranno che beneficiarne. L’esperienza della Chicago anni 30, alla quale noi ci ispiriamo, insegna. Ne conveniva con me il mio nuovo consulente per la finanza internazionale, Maurizio Raggio, nel nostro recente vertice a Portofino. 

A proposito di consulenze: ho appena ingaggiato a Palazzo Chigi l’amico Gianni De Michelis, per la politica estera nei Balcani: casomai in quella sventurata regione fosse rimasto in piedi qualcosa, arriva De Michelis. 

A questo punto, la riforma del falso in bilancio non ha più bisogno di presentazioni. L’Italia delle Libertà deve liberarsi di queste residue pastoie che impediscono il dispiegarsi della libera intrapresa. E poi non è vero che abbiamo depenalizzato quel reato, l’abbiamo semplicemente adeguato alle esigenze del nuovo millennio. Abbiamo dovuto ridurre le pene, francamente eccessive: pensate che il collega Cesare Romiti, per 100 miliardi e più di fondi neri, è stato condannato addirittura a 11 mesi e 20 giorni con la condizionale. Anche i termini di prescrizione erano esagerati: ora, invece, se io falsifico un bilancio oggi, domani è già prescritto. Mi pare un tempo sufficiente per celebrare i tre gradi di giudizio, in ossequio alla legge costituzionale del giusto processo, che ne raccomanda la “ragionevole durata”. Il che mette al riparo le aziende dalle invasioni di campo della magistratura. Abbiamo pure stabilito l’obbligo di denuncia da parte del socio. Nel caso della Fininvest, ad esempio, l’unico socio confessabile sono io, ma vorrei evitare le facili ironie su Berlusconi che denuncia Berlusconi: anche a me, ogni tanto, capita di litigare con me stesso. 

E poi, come avrà saputo, il presidente del Consiglio Berlusconi è parte civile contro il padrone della Fininvest Silvio Berlusconi, imputato nei processi per corruzione dei giudici. In tale doppia veste, ho subito ritenuto di promuovere a più alto incarico l’avvocato dello Stato Salvemini (nome inquietante quant’altri mai): troppo bravo per continuare a sostenere l’accusa contro di me. L’abbiamo mandato a Brescia, città a misura d’uomo, più consona alle sue legittime aspirazioni.

D’altra parte noi prendiamo molto sul serio il principio, tipico degli amici americani, dello spoil system: che, mi assicurano i miei traduttori, significa spogliare lo Stato e lasciarlo in brache di tela. Per questo abbiamo allontanato dal ministero delle Finanze il capo del Dipartimento Entrate, Massimo Romano. Pensate che, con tutto quel che aveva da fare, quel boiardo rosso aveva trovato il tempo per indagare sull’uso della legge Tremonti da parte della Mediaset. Per fortuna l’abbiamo colto con le mani nel sacco e l’abbiamo subito punito, memori di un altro insegnamento degli amici americani: tolleranza zero. Per gli altri, s’intende.

A proposito di economia, non accetto ironie sulle nostre promesse elettorali, a cominciare dall’aumento delle pensioni e dalla riduzione delle tasse: l’amico Tremonti sta predisponendo i primi provvedimenti in tal senso, che saranno riservati, per cominciare, a tutti gli ultraottantenni, purchè accompagnati dai genitori. 

Lei non può neanche immaginare che cosa abbiamo trovato, nella stanza dei bottoni. Pensate che al Commissariato antiracket le sinistre avevano piazzato un certo Tano Grasso, un commerciante che si fa bello con la scusa di non aver pagato il pizzo alla mafia. Un cattivo maestro, insomma: noi della Fininvest il pizzo lo pagavamo persino all’ultimo maresciallo della Guardia di finanza, figuratevi alla mafia. Lo spudorato, comunque, ha fiutato l’aria che tira e s’è fatto da parte spontaneamente. E’ bastato che l’amico Scajola gli comunicasse che il suo ufficio era trasferito a Genova, e che poteva scegliere fra la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto. 

Non Le dico, poi, cos’era prima del nostro arrivo il ministero di Grazia e Giustizia, che noi per brevità chiamiamo ministero di Grazia: in controtendenza con il parlamento e il governo, nemmeno un inquisito o un condannato. In compenso, era infestato di magistrati. I quali, invece di ringraziare in silenzio per l’ospitalità, pretendevano addirittura di esprimere pareri sulle riforme della giustizia. Dicevano, ad esempio, che la legge sulle rogatorie avrebbe reso più difficile la lotta internazionale al crimine, quando è universalmente noto che sarà fondamentale per stanare e sgominare finalmente quella banda di criminali che risiedono nelle Procure di Milano e di Palermo. Ora qualcuno sottilizza sul fatto che anche i miei legali e quelli di Previti abbiano chiesto di cestinare le rogatorie dei nostri processi. Bel senso dell’equità e della giustizia! Se la fanno franca i riciclatori di denaro sporco, il boss Prudentino, l’amico Pacini Battaglia, l’internazionale dei pedofili, i contrabbandieri del Montenegro, perché mai le rogatorie dovrebbero valere solo per noi, che oltretutto abbiamo fatto la legge? Se la legge è uguale per tutti, dev’esserlo pure – vivaddio – l’impunità. E’ una garanzia costituzionale.

Lo dice anche l’ingegner Castelli, il nostro valido ed esperto Guardasigilli, che ha subito provveduto a disinfestare il ministero. E’ bastato rimpiazzare tutti quei magistrati pericolosamente esperti con uno solo: Augusta Iannini, la moglie di Bruno Vespa. Al resto provvederanno gli avvocati. Io, per comodità, ho messo a disposizione i miei, nel tempo libero che avanzeranno dai miei processi e dagli impegni parlamentari. Sul modello degli amanuensi medievali, incaricati di preservare le vestigia della nostra Superiore Civiltà Occidentale, sto mettendo in piedi una commissione presieduta dall’amico Carlo Nordio per la riscrittura dei codici: non più quelli bizantini, ma quelli penali. La supervisione sarà affidata ai nostri collaudati giureconsulti, Cesare Previti e Marcello Dell’Utri. Vittorio Mangano, purtroppo, è recentemente scomparso. 

Il club della menzogna, affiancato dalla stampa nazionale controllata dal partito comunista e da quella internazionale pilotata da Gavino Angius, ha sollevato polemiche pretestuose sulla decisione del nostro ministro dell’Interno Claudio Scajola di abrogare le scorte per alcuni magistrati antimafia in presunto pericolo. Anche su questo punto, vorrei tranquillizzare gli amici magistrati: con le riforme della giustizia che stiamo completando, nel solco di quelle già avviate dall’amico centrosinistra nell’ultimo, operoso quinquennio, nessun magistrato sarà più in pericolo. L’ha già anticipato l’amico Lunardi: basta con la guerra civile, è tempo di pacificazione. Anche con la mafia, come con Tangentopoli, bisogna convivere. Abbiamo persino proposto una legge che consente il patteggiamento per le stragi, per lanciare un segnale distensivo. Ora, quando anche le ultime procure si acconceranno al nuovo clima bipartisan, nessun mafioso e nessun criminale si sentirà più minacciato dai magistrati. Così si smetterà di progettare assurdi e anacronistici attentati contro di loro. E le scorte diventeranno un inutile, superfluo, dispendioso retaggio di un passato che non deve ripetersi mai più. E’ per questo che stiamo disarmando i giudici: per proteggerli, per salvargli la vita.

Per chiudere anche formalmente questo decennio di guerra civile, abbiamo in mente una serie di iniziative, a cominciare dalle commissioni parlamentari d’inchiesta su Tangentopoli, su Telekom Serbia, sul dossier Mitrokhin, e prossimamente – a Dio piacendo – sulla battaglia di Lissa e sulle guerre puniche. Qualcuno, ironizzando, potrà dire che il Parlamento che invoca piena luce su Tangentopoli è come Gelli che chiede piena luce sulla P2 e Rina che chiede piena luce su Cosa Nostra. Ma sono battute senza senso: a parte le tangenti alla Guardia di Finanza, la mazzetta di 21 miliardi a Craxi, i passaggi di denaro dai conti di Previti a quelli del giudice Squillante, io con Tangentopoli non c’entro nulla. E, a parte un’ottantina di neoparlamentari condannati e inquisiti, non c’entra neppure il Parlamento. Le commissioni non resteranno comunque un’iniziativa isolata. Nel decennale dell’arresto di Mario Chiesa, il 17 febbraio 2002, ci riuniremo tutti in piazza Duomo a Milano per un grande “Craxi Day”. Poi, in estate, tutti in piazza Politeama, a Palermo, per un festoso “Mafia Day”, nel ricordo commosso del secondo anniversario della morte di Vittorio Mangano. Senza dimenticare, s’intende, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Soprattutto Borsellino, al quale va il nostro deferente e imperituro ricordo: come ricorderete, proprio nell’ultima intervista televisiva prima di morire, l’eroico magistrato mi fece il grande onore di dedicare una citazione a me e una agli amici Dell’Utri e Mangano. Non l’ho mai dimenticato, anche se ho sempre evitato di diffondere quel video attraverso le mie televisioni. Per la mia naturale ritrosia e per non farmi troppa pubblicità. 

A questo proposito, si è molto favoleggiato del mio presunto conflitto d’interessi in campo televisivo. A parte il fatto che non ho mai notato particolari conflitti fra i miei interessi e le reti Rai e Fininvest, ora abbiamo un temibile concorrente: La 7, che abbiamo salvato da un sicuro tracollo finanziario facendola rilevare dall’amico Marco Tronchetti Provera, che sta riducendo i costi e ridisegnando i palinsesti: liquidati i troppo dispendiosi Fazio e Lerner, la rete diventerà monotematica e si specializzerà in programmi più economici ma di sicuro successo come le previsioni del tempo, le estrazioni del lotto, “Oggi al Parlamento”, l’intervallo e il monoscopio, insidiando così pericolosamente la nostra programmazione. Ma non saremo certo noi, liberisti della prima ora, a lagnarci per l’arrivo di una robusta concorrenza. Insomma, come diceva sempre l’amico Mangano, siamo a cavallo. 

Quel che non potevamo proprio accettare era la presenza, ai vertici di un’azienda importante come la Telecom, di un personaggio, Roberto Colaninno, inquisito per falso in bilancio: e chi si credeva di essere, il presidente del Consiglio? Così abbiamo propiziato l’avvento dell’amico Tronchetti. I soliti professionisti della menzogna ha lanciato basse insinuazioni sul fatto che, all’indomani dell’acquisto della Telecom, Tronchetti ha voluto gentilmente rilevare anche la Edilnord da mio fratello Paolo a prezzo doppio rispetto al suo valore. Ma questi sono i colpacci di quel volpone di Paolo, che con quell’aria da finto ingenuo riesce sempre a mettere nel sacco chiunque: soprattutto da quando io sono presidente del Consiglio. Vi faccio una confidenza: il fratello furbo è lui. Anche quando confessa, lo fa così bene che lo assolvono sempre.

Come forse avrete saputo, anch’io ho ottenuto in omaggio un’assoluzione dalla Cassazione. È la solita insufficienza di prove, ma nessuno se n’è accorto. Meglio così. Non ditelo troppo in giro. In fondo, le barzellette come le racconto io non le sa raccontare nessuno. L’ho sempre detto che la magistratura va sempre rispettata. E la Cassazione ha riconosciuto ciò che avevo sempre sostenuto: nelle mie aziende non comanda nessuno. Il mio impiegato Salvatore Sciascia, che a tempo perso fa anche lo scrittore, ogni tanto prendeva l’iniziativa di corrompere la Guardia di Finanza senza dire niente a nessuno. Pensate che non veniva nemmeno a chiederci i soldi per le tangenti. Si autotassava. Ha risparmiato 350 sudati milioni e, anziché darsi alla bella vita, li ha spesi tutti per convincere la Guardia di Finanza a chiudere un occhio sulle nostre frodi fiscali. Di tasca sua, dal suo magro stipendio: pensate che dedizione.

Non Le dico, poi, i miei due eroici segretari, Niccolò Querci e Marinella Brambilla. Sono appena stati condannati a due anni e più per falsa testimonianza: avrebbero mentito per coprire me. Pensi la faccia che han fatto quando hanno scoperto che ero innocente. 

E poi c’è l’avvocato Massimo Maria Berruti, uno dei miei migliori collaboratori. E’ stato indagato, arrestato, condannato in primo grado, in appello e in Cassazione per favoreggiamento: organizzò un’operazione di depistaggio in grande stile per tappare la bocca ai finanzieri corrotti e salvare me. Le lascio immaginare come ci è rimasto quando ha scoperto che io ero innocente. Ma poi gli è passata, è un uomo devoto e si sacrifica volentieri. Anche perchè ora, dopo essere entrato in Parlamento, entrerà pure nel Guinness dei primati: è il primo caso di favoreggiatore che favoreggia un innocente.

Solo il partito della menzogna poteva pensare che io sapessi qualcosa di quelle brutte cose. Tutte storie. Alla Fininvest, per la prima volta nella storia, abbiamo realizzato la perfetta anarchia. L’ho sempre detto che la vera sinistra sono io. Diffidate delle imitazioni.

Dopo l’assoluzione, ho chiesto a tutti di restituirmi l’onore. Ma ha abboccato uno solo: l’amico Massimo D’Alema, quello che mi aveva scambiato per un padre costituente. Pensate che mi ha addirittura chiesto scusa per l’ingiusta condanna (come se me l’avesse inflitta lui). D’ora in poi, non so se l’avete saputo, le sentenze della Cassazione valgono di nuovo. Non come quella del 21 ottobre 2000, che mi riconosceva responsabile dei 23 miliardi di All Iberian a Craxi, ma dichiarava prescritto il reato: ecco, quella no, quella non valeva ancora. A proposito: ha un’idea di quanti sono 23 miliardi? La più grossa stecca mai pagata a un singolo uomo politico, l’ho pagata io. Tanto per darvi un’idea di quanto mi costava l’amico Bettino, pace all’anima sua. Benedetta Mani Pulite che me l’ha levato dai piedi: ora è molto più comodo, mi faccio le stesse cose da solo, e soprattutto gratis. Ma anche questo non vada a raccontarlo in giro, sennò la storia della guerra civile non attacca. 

Ora devo andare. Il dovere mi chiama. Sento già in lontananza le note della fanfara dei Lancieri di Montebello: sta arrivando a Palazzo Chigi il principe Al Waleed, socio della Fininvest e di Bin Laden. Abbiamo un vertice sulla lotta al terrorismo. 

La saluto affettuosamente e La aspetto, con tutti i suoi amici, nella Casa della Libertà Provvisoria.


One Response to “Lettera a Travaglio da Berlu”

  1. fat boy

    Hello!

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